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Antonio
De Flora
Al timone del vapore
Ritratto ed intervista esclusiva
E' il Direttore del Progetto Finalizzato Biotecnologie del Consiglio
nazionale delle Ricerche (CNR), il principale programma pubblico
italiano sulle biotecnologie, oltre che ricercatore di fama internazionale.
Da tre anni, tanti quanti ne conta il Progetto Finalizzato Biotecnologie, è alla
guida di un "vapore" con 2400 "passeggeri" di
370 "etnie" diverse. Tanti sono infatti i ricercatori
che coordina e i gruppi di ricerca, vere e proprie etnie con "lingue" e
orizzonti differenti, che costituiscono il Progetto: il grosso
dell'intera "flotta" italiana della ricerca biotecnologica.
Per alimentare le "caldaie" della macchina il suo "armatore",
lo Stato italiano, gli ha messo a disposizione in questi tre anni
7 milioni di dollari all'anno scarsi, con molte incertezze ad ogni
svolta del calendario sulla continuità del finanziamento.
Cosa che non gli ha certo semplificato la vita nella gestione del
Progetto Finalizzato.
Per fare un paragone, il "transatlantico" americano
AMGEN, la più grossa azienda biotecnologica al mondo per
capitalizzazione di borsa, per finanziare i suoi circa 4000 ricercatori
spende all'anno in Ricerca e Sviluppo 845 milioni di dollari (dato
2000).
Sommando ai 7 milioni di dollari del Progetto Finalizzato Biotecnologie
per la ricerca (macchinari, reagenti, software,collaboratori, tecnici,
convegni) agli stipendi che i professori che ne fanno parte prendono
dalle Università e dagli istituti di ricerca dove lavorano,
altri 25 milioni di dollari, il Vapore del biotech italiano viaggia
con 32 milioni di dollari.
L'azienda USA, la più grossa biotech al mondo ma pur sempre
un'azienda, non uno stato, investe all'anno in ricerca insomma
più di 26 volte della cifra messa sul tavolo dallo Stato
italiano.
E pensare che sul Vapore italiano avrebbero voluto salire ben
più dei 2400 ricercatori che vi stanno. Nel 1998, anno di
inizio del Progetto, avevano risposto al bando ben 1.200 gruppi
di ricerca. La selezione per arrivare agli attuali 370 è stata
severissima, virtù figlia della necessità data dall'esiguità dei
finanziamenti.
Nonostante l'esiguità dei finanziamenti, al timone di De
Flora, il Vapore italiano ha sfornato risultati di tutto rispetto
nei tre anni trascorsi: 22 brevetti e più di 1.500 pubblicazioni
scientifiche su riviste a diffusione internazionale, oltre che
una significativa attivià di formazione post laurea per
promettenti ricercatori.
Le ricerche e i brevetti abbracciano sei settori di applicazione,
in cui è diviso il progetto; queste le aree tematiche, gli "ufficiali" che
dirigendo ciascun settore affiancano il capitano nella guida della
nave, e i numeri degli uomini da loro coordinati:
Farmaceutica - Lilia Alberghina (Università di Milano Bicocca):
651 ricercatori suddivisi in 102 gruppi di ricerca.
Diagnostica - Tommaso Russo (Università di Napoli Federico
II): 330 ricercatori per 51 gruppi.
Ingegneria Tissutale - Alberto Mantovani (Istituto Mario Negri,
Milano): 323 ricercatori per 47 gruppi.
Agrobiotecnologia - Federico Cozzolino (Università di Roma
Tor Vergata): 267 gruppi per 52 ricercatori.
Tecnologie di disinquinamento - Carlo Pedone (Università di
Napoli Federico II): 298 ricercatori per 45 gruppi.
Ricerca trasversale - Giuseppe Rotilio (Università di Roma
Tor Vergata): 519 ricercatori per 72 gruppi.
L'area medico-farmacologica assorbe il 60% delle risorse, seguita
dalla ricerca trasversale al secondo posto con il 12%. Tecnologie
di disinquinamento e applicazioni diagnostiche si aggiudicano un
10% dei finanziamenti, mentre all'agrobiotecnologia va poco più del
5% e alla zootecnia meno del 3 per cento.
I progetti allo studio, così come i brevetti già depositati,
sono orientati verso lo sviluppo di tecnologie concretamente applicabili.
Tra i risultati più interessanti, già in fase di
collaudo sul campo spiccano 1) un sistema portatile per il monitoraggio
ambientale di erbicidi inquinanti e metalli pesanti, 2) un innovativo
sistema di depurazione del mare dagli scarichi fognari, 3) una
pianta capace di difendersi dagli attacchi di specifici batteri,
4) lo sviluppo di una tecnica capace di migliorare le prestazioni
dei batteri rilevatori (biosensori) utilizzati nella diagnostica
e dei batteri "operai" (bioreattori) impiegati per la
produzione di sostanze di uso industriale, 5) l'identificazione
di una nuova sindrome di immunodeficienza di origine genetica,
6) una tecnica per ridurre il rischio di rigetto nei trapianti
di midollo.
Entrando nel dettaglio, uno dei gruppi di ricerca operanti sotto
il coordinamento di De Flora, il gruppo presso l'area di ricerca
del CNR di Montelibretti costituito da Giardi, Esposito, Leopardi,
Mattoo, Margonelli e Angelici, ha realizzato un sistema portatile
chiamato Bioherbi per l'identificazione selettiva di diverse tipologie
di diserbanti oltre che di altri temibili inquinanti ambientali
come i metalli pesanti.
Numerosi diserbanti (tra cui la famosa atrazina, ormai tolta dal
commercio) sono causa infatti di inquinamento delle acque e dei
terreni su cui vengono sparsi per finalità agricole. La
possibilità di individuare le tipologie di diserbanti e
i livelli di presenza in tempi rapidi e sul campo può permettere
in ambito agricolo una regolazione più attenta dei dosaggi
e una valutazione della sicurezza per l'uomo di determinati terreni
e fonti d'acqua.
Proprio a questo fine i ricercatori di Montelibretti hanno sviluppato
degli organismi fotosintetici mutati la cui normale attività di
risposta alla luce solare viene inibita da specifiche tipologie
di agenti inquinanti, realizzando un kit utilizzabile anche da
personale non specializzato che permette di leggere la situazione
di inquinamento in tempi molto brevi, sul campo e ad un costo di
gran lunga inferiore ai sistemi di analisi tradizionali.
Il gruppo delle Università di Genova e Ancona composto
da Cattaneo-Vietti, Benatti, Cerrano, Giovine e Bavestrello ha
sviluppato e brevettato con il comune di Rapallo (una località a
forte vocazione turistica in provincia di Genova) un sistema dal
simpatico nomignolo di "mangialiquami" e dal più impegnativo
nome di MUDS (Marine Underwater Depurator System) per lo smaltimento
dei liquami riversati in mare dagli impianti fognari.
Lo smaltimento dei liquami fognari, soprattutto nei piccoli comuni
costieri, è reso problematico dalla grande differenza di
volume dei liquami da trattare durante l'anno. Nei mesi estivi,
con l'aumento della popolazione legato al turismo, infatti i volumi
possono arrivare a superare anche di dieci volte i valori dei mesi
invernali. Cosa che generalmente causa un cattivo funzionamento
degli impianti di depurazione esistenti tarati per la popolazione
residente, con conseguente adozione di sistemi alternativi molto
meno soddisfacenti come lo scarico a mare a mezzo di condotte.
Il sistema realizzato dal gruppo di Genova e di Ancona, già funzionante
in mare con successo da oltre un anno al servizio del comune di
Rapallo, è costituito da una vasca di filtrazione posta
al di sopra della bocca dello scarico fognario a mare. I liquami
che fuoriescono dallo scarico, per via della loro minore densità rispetto
all'acqua di mare salgono verso la superficie e attraversano la
vasca costituita da un reticolo di spugne sintetiche su cui sono
insediati particolari organismi marini e colonie di batteri depuratori
che letteralmente si nutrono dei liquami e rilasciano acqua pulita.
Il gruppo di ricercatori dell'Università di Roma La Sapienza
composto da Barra, Simmaco e Ponti, con l'intento di ridurre la
necessità di impiego di diserbanti e insetticidi in agricoltura
ha copiato una nota qualità delle rane per sviluppare colture
capaci di difendersi da sé e di tenere lontani batteri dannosi
e insetti.
Da tempo è noto che le rane secernono attraverso la loro
cute una serie di piccoli peptidi dotati di attività antimicrobica,
già ampiamente studiati come possibili farmaci per l'uomo.
Attraverso tecniche rigorose i ricercatori hanno creato su scala
di laboratorio piante modificate di tabacco (un vegetale molto
usato per le ricerche di base, per via di certe sue caratteristiche
che ne facilitano la coltura) capaci di tener lontane da sé insetti
e batteri nocivi attraverso la produzione degli stessi peptidi
prodotti dalle rane. Si tratta di una prima applicazione con rilevanti
implicazioni potenziali.
Un altro gruppo dell'Università Statale di Milano guidato
da Balsari ha sviluppato invece piante capaci di produrre anticorpi
(plantabodies) adiuvanti nelle chemioterapie: un esempio di come
le piante, trasformate in vere e proprie fabbriche verdi, possano
essere impiegate per la produzione di farmaci e sostanze di utilità per
l'uomo rivoluzionando le idee che sino ad oggi avevamo sull'industria
chimica e sui suoi metodi di produzione.
Enzimi, anticorpi, batteri appositamente selezionati e modificati
possono essere impiegati sia come sistemi diagnostici, capaci di
reagire in maniera facilmente rilevabile magari cambiando colore,
(come nella applicazione citata sopra per l'individuazione di diserbanti
e metalli pesanti), sia come vere e proprie fabbriche di sostanze
utili all'uomo.
Nel primo caso prendono il nome di biosensori, nel secondo di bioreattori.
In entrambi i casi il componente biologico (enzimi, anticorpi,
cellule) deve essere fissato su una superficie al fine di permetterne
una più facile gestione.
Il gruppo di ricerca del CNR di Napoli guidato da Mita ha realizzato
e brevettato una serie di superfici particolarmente efficienti
capaci di migliorare la resa dei componenti biologici che ospitano,
basate sull'applicazione di una differenza di temperatura alle
due facce della stessa superfice.
Una scoperta che ha portato a diversi dispositivi sia per il trattamento
di reflui agricoli tossici di scarto nelle industrie agroalimentari,
sia per la produzione ottimale di antibiotici, sia per la produzione
di latti modificati.
Presso la Clinica Pediatrica dell'Università di Brescia,
da tempo riconosciuta come uno dei centri di eccellenza internazionali
nel campo delle immunodeficienze, un altro dei gruppi coordinati
da De Flora, quello diretto da Notarangelo ha identificato una
nuova sindrome di immunodeficienza su base genetica. Si tratta
di una patologia in cui a causa di un difetto sul gene CD40 del
paziente, si ha una ipogammaglobulinemia e una conseguente aumentata
suscettibilità alle infezioni batteriche. Tale sindrome è stata
battezzata HIGM1 (o sindrome da iper-IgM). La sua scoperta, oltre
a presentare un considerevole valore diagnostico preventivo risulta
essenziale nell'aumentare le conoscenze sui meccanismi cellulari
della risposta immunitaria legati al gene CD40, e quindi per migliorare
l'armamentario per lo studio di numerose patologie di questo settore.
Nel trattamento di leucemie e linfomi una delle terapie più impiegate
consiste nel trapianto di midollo o di precursori circolanti modificati.
Il trapianto ha la finalità di fare sì che i linfociti
T del donatore trapiantati riconoscano e uccidano le cellule maligne
del paziente ricevente.
Esiste purtroppo l'evenienza in cui i linfociti del donatore vadano
erroneamente ad attaccare dei tessuti sani del ricevente, nota
con il nome di GVHD (Graft Versus Host Disease).
Si tratta del più temuto potenziale esito negativo di un
trapianto di midollo.La strategia sviluppata da diversi gruppi
di ricerca internazionali per la gestione di questo problema consiste
nell'inserire nei linfociti del donatore prima di trapiantarli
nel ricevente una specie di "pulsante di autodistruzione" che
i medici possano attivare in caso di insorgenza di GVHD.
Il gruppo di ricerca presso l'istituto Mario Negri di Bergamo diretto
da Rambaldi e Introna ha messo a punto nell'ambito del Progetto
Finalizzato Biotecnologie un "pulsante di autodistruzione" apparentemente
molto promettente. Il gruppo di Bergamo ha inserito nei linfociti
T del donatore una proteina di superficie normalmente non presente,
chiamata CD20, e di facile introduzione.Al fine di uccidere i linfociti
T introdotti nel corpo del ricevente e che stanno sbagliando il
bersaglio, è possibile somministrare al paziente un anticorpo
anti-CD20 già disponibile in commercio capace di individuare
i linfociti T "marchiati" con la proteina CD20 e di distruggerli.
Tutte applicazioni quelle sviluppate nell'ambito del Progetto
Finalizzato Biotecnologie del CNR guidato da De Flora ispirate
a criteri di rigorosa tutela dell'ambiente, di valorizzazione delle
risorse biologiche, di difesa della salute umana e animale, di
rigoroso rispetto dei valori etici, come riconosciuto dalla comunità scientifica
internazionale che le ha passate al vaglio per la pubblicazione
sulle migliori riviste scientifiche di tutto il mondo.
Ma Antonio De Flora, oltre ad essere al timone del Vapore
Biotecnologia targato CNR Italia è anche e soprattutto
un ricercatore di livello internazionale.
Laureatosi a 24 anni nel 1964, la sua attività di ricerca è incominciata
sin dagli anni di frequentazione dell'università.
Si è specializzato sin da subito nello studio dei processi
coinvolti nella produzione e nel consumo di una sostanza molto
diffusa all'interno delle cellule: gli zuccheri (o glucidi), in
particolare in quella particolare tipologia di cellule che sono
i globuli rossi umani (eritrociti).
I globuli rossi sono cellule circolanti nel sangue, prive di nucleo,
a forma di disco biconcavo, costituite in grandissima parte da
emoglobina, la cui funzione principale è quella di trasportare
l'ossigeno dai polmoni ai tessuti.
I globuli rossi si formano nel midollo osseo attraverso il processo
dell'eritropoiesi, e il loro numero nel sangue varia da circa 3,5
a circa 5-6 milioni per millimetro cubo, con ampie variazioni nei
due sessi.
Si è distinto prestissimo per la comprensione e lo studio
del ruolo di regolazione di una particolare proteina, la G6PD,
sul metabolismo del glucosio nei globuli rossi, fornendo una importante
chiarificazione sui meccanismi collegati al deficit a causa genetica
di questa proteina, deficit che costituisce il più diffuso
difetto enzimatico che colpisca la specie umana.
I suoi studi lo hanno portato poi a individuare le specificità della
varietà mediterranea di questo deficit e a mettere a punto
tecniche di correzione in vitro di tale deficit.
Più recentemente i suoi interessi si sono orientati verso
il controllo dei livelli intracellulari del calcio, un elemento
chiave nella regolazione di una moltitudine di processi e funzioni
delle cellule.
Studiando numerosi tipi di cellule ed i meccanismi di controllo
del calcio intracellulare, De Flora ha dimostrato che molte cellule
dialogano tra loro scambiandosi particolari molecole-segnale attraverso
sistemi inediti e specifici di trasporto.
La caratterizzazione di questi trasportatori rappresenta la premessa
al chiarimento di diversi meccanismi che stanno alla base delle
funzioni cellulari calcio-dipendenti (proliferazione, secrezione,
contrazione, etc.), oltre a rendere possibile il disegno e la costruzione
di farmaci “biotecnologici” capaci di modificare tali
funzioni.
La sua specialistica competenza sui globuli rossi umani lo ha
visto tra i pionieri, insieme al suo gruppo di ricerca presso l'Università di
Genova, della loro modificazione al fine di renderli efficaci trasportatori
di farmaci nei luoghi specifici dell'organismo dove ne è richiesto
l'impiego (come ad esempio per i chemioterapici antitumorali) e
addirittura di trasformarli in vere e proprie fabbriche di farmaci
sul posto, capaci di produrre là dove servono e soltanto
là, all'interno del corpo umano, specifiche molecole curative.
Un'applicazione il cui concetto di "cellule come fabbriche
di farmaci in vivo" ha dato risultati tra gli altri che sembrano
molto promettenti per il trattamento di infezioni da virus tra
cui HIV.
I suoi risultati in questo specifico settore hanno portato nel
1988 alla costituzione di una società scientifica internazionale
per lo studio dell'uso dei globuli rossi o eritrociti a questo
scopo (l'ISURE, International Society for the Use of Relased Erythrocytes).
Antonio De Flora è nato a Genova nel febbraio del 1940.
Nel 1964, a 24 anni, si è laureato in Medicina e Chirurgia
nell'università di questa stessa città.
Gli anni dal 1964 al 1970 lo hanno visto come Assistente universitario
presso l'Istituto di Chimica Biologica dell'Università di
Genova, dapprima come volontario (1964-1966) e poi di ruolo (1967-1970).
Nel 1967 ha superato l'esame per la libera docenza in Chimica Biologica
e nel 1969 in Biochimica Applicata.
Gli anni 1970 e 1971 lo hanno visto nel ruolo di Aiuto Ordinario
a Genova, oltre che di Visiting Scientist al National Institute
for Medical Research, Inghilterra (nel 1970).
Dal 1969 al 1972 sono stati anche gli anni delle prime docenze,
come Professore Incaricato di Biochimica Applicata, presso il corso
di laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche di Genova, e presso
diverse scuole di specializzazione post universitarie, in cui tuttora
mantiene l'insegnamento.
Nel 1972 il rientro come docente nella facoltà dei suoi
studi universitari, come Professore Incaricato di Chimica Biologica
a Medicina e Chirurgia, titolo che si trasformerà in quello
di Professore Ordinario due anni dopo, nel 1974: ruolo che tuttora
ricopre.
Nel 1989 un'altra importante visita negli USA, alla Cleveland
Clinic Foundation, come Visiting Professor.
Dal 1981 al 1990 è stato Direttore dell'Istituto Policattedra
di Chimica Biologica dell'Università di Genova, e dal 1990
docente di Principi di ingegneria Biochimica nella scuola diretta
a fini speciali in Biotecnologie dell'Università di Genova.
Organizzatore di numerosi convegni e corsi nazionali ed internazionali
nei settori della Biochimica e della biotecnologia, ha presieduto
diverse delegazioni dell'Italia a convegni internazionali bilaterali
in tema di biotecnologia.
Membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di
Biochimica per diversi anni, e dei comitati editoriali di diverse
riviste scientifiche è stato ed è consulente di diverse
agenzie nazionali italiane, europee e americane per la valutazione
di progetti di ricerca, per il reclutamento o la promozione di
docenti universitari e per il conferimento di premi internazionali.
Coordinatore di progetti di ricerca transnazionali europei, è stato
Esperto Nazionale nell'ambito di progetti di biotecnologia della
Comunità europea. È esperto del MIUR (Ministero per
l’Istruzione, l’Università e la Ricerca) per
la valutazione di progetti industriali nelle biotecnologie.
Dal 1987 al 1993 ha diretto il Progetto Finalizzato Biotecnologie
e Biostrumentazione del CNR. Dal 1997 è Direttore del Progetto
Finalizzato Biotecnologie del CNR italiano; il progetto, di durata
quinquennale e iniziato nel 1998, terminerà nel 2003.
Biotecnologia: come cambieranno le nostre abitudini secondo Antonio
De Flora
Intervista realizzata a Genova gli ultimi giorni del mese di
novembre del 2001
Biotecnologia.it - I prodotti e
le possibilità che ogni
nuova tecnologia mette a disposizione dell'uomo lentamente, con
costanti spostamenti quasi impercettibili, ne modificano le abitudini
quotidiane.
Questo è il fenomeno per cui anche solo a distanza di
pochi decenni le generazioni, le mode e i costumi sembrano essere
così differenti.Le chiedo di immaginare per noi quali
nuove abitudini, frutto diretto o indiretto della biotecnologia,
quasi impercettibilmente andremo ad apprendere nei prossimi anni,
come ridisegneranno il nostro quotidiano modo di "essere
uomini", e con quali nuovi problemi ci confronteremo in
seguito a queste nuove abitudini.
De Flora - Tra 5-10 anni il signor XY o la signora XX non si preoccuperanno
minimamente di problemi legati al terrorismo biologico, perché protetti
da efficaci vaccinazioni di massa praticate del 2002-2003 e perché nuove
molecole di antibiotici saranno eventualmente a disposizione.
Avranno meno paura del terrorismo chimico perché numerosi
sistemi di analisi, pur rallentando i ritmi degli spostamenti aerei
e ferroviari, saranno in grado di "fiutare" armi chimiche
letali o invalidanti solo alcuni anni prima.
Nei Paesi più ricchi e previdenti si affiancheranno a questi
sistemi "periferici" di analisi misure di difesa delle
frontiere basate su strategie di neutralizzazione chimica.Il signor
XY e la signora XX potranno andare tranquillamente al supermercato
o al ristorante e mangiare cibi rigorosamente certificati in termini
di innocuità.
I prezzi di alcuni tra i più efficaci sistemi di diagnosi
(kits pronto uso), di prevenzione (vaccini) e di terapia (farmaci)
cominceranno ad essere più contenuti, grazie all'impiego
industriale di nuovi bioreattori capaci di assicurare maggiore
produzione e migliore controllo di qualità. La lotta all'AIDS
registrerà significativi progressi perché le terapie
saranno rese più accettabili e praticabili e perché potranno
essere in avanzata fase di collaudo nuovi vaccini.
A fronte di ciò, potranno esplodere nuove malattie infettive
sostenute da agenti patogeni non ancora conosciuti oppure da agenti
conosciuti ma misteriosamente resi (più) virulenti da variazioni
di microsistemi.
Per alcuni tumori, soprattutto quelli caratterizzati da predisposizione
genetica diagnosticamente documentabile, si potrà parlare
di eradicazione, mentre per altri i sistemi di diagnosi avanzata
permetteranno cure personalizzate in cui alle chemioterapie saranno
sempre più associate terapie biologiche (soprattutto cellulari).
Se i presidi sanitari avranno avuto significativi miglioramenti
in termini di informazione attraverso i media e di efficacia negli
interventi sulla popolazione (consultori adeguati, ambulatori rapidi
ed efficienti, analisi ematochimiche disponibili entro breve tempo
dal prelievo, operatori sanitari e paramedici attenti e continuamente
aggiornati da corsi sul territorio), anche altri tipi di tumori
potranno essere combattuti più efficacemente, quantunque
non su scala totale.
Il signor XY e la signora XX potranno, accompagnati dai loro figli,
immergersi senza alcun rischio in acque costiere che solo pochi
anni prima erano gravemente inquinate e sconsigliate per la balneazione.
Depuratori biologici semplici, a basso costo e sicuri garantiranno
un ambiente marino pulito e la cui qualità sarà certificata
naturalmente da una fauna ittica migliore.
Sistemi portatili di semplicissimo impiego permetteranno di abbattere
l'inquinamento da diserbanti e da metalli pesanti in terreni, acque
marine, lacustri e fluviali, falde acquifere, smascherando eventuali
inquinatori sulla base di categorie specifiche di prodotti fraudolentemente
rilasciati nell'ambiente.
Tra 10-20 anni (gli scenari diventano sempre meno prevedibili
con il passare del tempo), molte malattie genetiche saranno solamente
un ricordo.
Chi riuscirà a sopravvivere ad episodi acuti (infarti cardiaci,
epatiti, schiacciamenti di organi e tessuti da traumi) potrà beneficiare
della medicina rigenerativa a tutto campo, assicurata dalle cellule
staminali autologhe: il prelievo di queste cellule, la loro espansione
in provetta e il loro deposito in vere e proprie cassette di sicurezza
presso banche di materiale biologico, rappresenteranno una carta
vincente per malattie precedentemente senza terapia.
Molte malattie neurodegenerative, dal Parkinson all'Alzheimer
e alla sclerosi multipla, non esisteranno più, sconfitte
da strumenti sofisticati e infallibili di diagnosi e prevenzione:
in zone depresse si registreranno alcuni sporadici casi, ma qualche
terapia utile potrà essere tentata con farmaci innovativi.
I signor XY e la signora XX potranno ricorrere al ricambio di organi
e di tessuti usurati e l'età media della popolazione salirà di
almeno 30 anni rispetto ad oggi. La tutela dell'ambiente, terrestre
e marino, dipenderà esclusivamente da politiche planetarie
in oggi non prevedibili: prevarrà la crescente produzione
di agenti inquinanti legati alla macro-urbanizzazione, oppure l'uso
intelligente di sistemi di difesa (basati ad esempio su opportune
trappole chimiche e su bioreattori dotati di microrganismi naturali
o ad hoc ingegnerizzati) riuscirà a contenerne gli effetti
negativi?
Una grande varietà di tumori diventeranno curabili attraverso
terapie adattate ai singoli pazienti: le terapie cellulari e il
trasferimento genico diventeranno interventi di routine, ma saranno
indicate solo in casi specifici. Sempre più importante diventerà l'attività di
prevenzione, da attuarsi mediante strumenti diagnostici raffinati,
la cui esecutività dipenderà in larga misura dal
grado di preparazione della classe sanitaria.
Si riscontrerà un considerevole abbattimento dei costi
di farmaci, vaccini, kits diagnostici, perché le industrie
dei relativi settori ricorreranno a sistemi produttivi sempre più efficienti
e a basso costo.
Le strategie aziendali saranno sempre più marcatamente
dettate da una nuova categoria professionale, quella dei "bio-giuristi",
figure provenienti dal laboratorio ma con alta specializzazione
giuridica e finanziaria. A loro competeranno ruoli essenziali per
l'identificazione dei risultati più trasferibili alle imprese,
per la loro protezione brevettuale e soprattutto per l'adozione
di rivendicazioni sostenibili e lungimiranti.
Naturalmente, la medicina umana e quella veterinaria dovranno
affrontare nuovi problemi, legati all'eradicazione o alla cospicua
diminuzione di alcune patologie.
Di conseguenza si registreranno anche nuove malattie, prospettiva
non evitabile in un mondo dominato dalle alte tecnologie (informatiche,
elettroniche, dei trasporti) e nel quale anche i miglioramenti
della qualità della vita potranno generare situazioni negative:
da disadattamenti sociali legati a convivenze inevitabilmente prolungate
a dissincronie tra un fisico migliorato e una mente probabilmente
meno migliorabile; dalla comparsa di nuove disfunzioni e patologie
(originate dal considerevole prolungamento della vita) alle preoccupazioni
di un'esistenza sempre più condizionata dall'attenzione
alla fisicità dell'individuo.
A questi aspetti negativi, altri potrebbero aggiungersi: un'omologazione
eccessiva dei singoli individui, con attentati alla privacy e all'occupazione
presso strutture di lavoro caratterizzate dall'informatizzazione
dei dati; la tentazione di sfuggire a questa naturale biodiversità mediante
interventi di procreazione assistita, subdolamente ridefiniti come
eugenetici; la comparsa di nuovi agenti inquinanti e di nuovi microrganismi
patogeni di difficile neutralizzazione; il rischio di sempre maggiori
sperequazioni sociali, economiche e civili tra i Paesi avanzati
e quelli che non riusciranno a mettersi al passo nel ricorso all'impiego
intelligente delle biotecnologie; la possibilità di situazioni
di monopolio industriale e di controllo indebito dei mercati di
prodotti di prima necessità.
Questi scenari dimostrano che l'impiego oculato della ricerca
biotecnologica va guidato da politiche di largo respiro, nelle
quali l'interazione tra scienziati e decisori deve essere quotidiana,
capillare, chiara e senza equivoci, responsabile da ambo le parti.
Le regole della democrazia presuppongono che i frutti di questa
interazione siano sempre disponibili all'opinione pubblica attraverso
mezzi di informazione addestrati e non condizionati ad esempio
dalla legge dello "scoop", sia esso trionfalistico oppure
demonizzante.
Anche la validità di queste informazioni dovrà essere
usata dai cittadini per suggerire ai loro rappresentanti eletti
interventi migliorativi.
Questi non devono essere delegati agli scienziati, che potrebbero
avere una visione di parte; ma d'altro lato occorre vigilare perché le
preoccupazioni anche legittime del pubblico, le manie di protagonismo
di alcuni scienziati (o pseudoscienziati) poco rigorosi, gli interventi
distruttivi di oppositori non sufficientemente documentati e l'oscurantismo
fazioso di pochi (scienziati o comunicatori), gli interessi commerciali
di alcune categorie tese a frenare ad esempio la naturale diffusione
delle biotecnologie in industrie basate su tecnologie obsolete,
non portino alla delittuosa rinuncia a risorse umane ed a strategie
vincenti. Così come le applicazioni pacifiche dell'energia
nucleare non sono ragionevolmente contestabili, a maggior ragione
i miglioramenti della vita sul nostro pianeta determinati dalle
biotecnologie richiedono un supporto convinto ed efficace in qualsiasi
contesto civile.
E' ora di finirla con la classificazione delle biotecnologie in
buone (le biomediche) e in cattive (le vegetali). Le biotecnologie
sono per definizione trasversali e possono migliorare, se responsabilmente
applicate, la qualità, i contenuti e le caratteristiche
di numerosi settori, non solo di quello biomedico.
Infine, una necessaria notazione.
Le prospettive di una reale, positiva influenza delle nuove biotecnologie
sulla qualità della vita non possono essere disgiunte
da un sostegno finanziario adeguato.
In particolare, in Italia si tende un po' troppo a contare sull'idea
delle nozze con i fichi secchi. La ricerca biotecnologica può realmente
dare i suoi frutti solo se essa spazia, secondo le sue vocazioni
naturali, dalla ricerca di base (quella che apparentemente non è destinata
a risultati concreti) a quella di sviluppo, passando attraverso
le delicate cerniere della ricerca orientata e della ricerca applicata.
In un numero limitato di realtà specifiche, come quella
di una piccola industria, è anche possibile puntare a prodotto,
soprattutto se i prodotti (e i relativi processi) sono semplici.
Ma in un contesto ampio, come quello di un Paese che non voglia
perdere questa occasione irripetibile, deve esistere, sia pure
con la scelta intelligente di nicchie diversificate di eccellenza,
una ricerca completa che dia ampio spazio alla libertà di
pensiero e che sia assistita da strutture di trasferimento agili
e flessibili (nelle biotecnologie, per definizione, esistono nuove
molecole, nuove cellule con nuove prestazioni, nuove situazioni
industriali, nuovi requisiti di controllo di qualità, nuove
e potenzialmente vincenti strategie sperimentali).
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