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Antonio De Flora

Al timone del vapore

Ritratto ed intervista esclusiva

E' il Direttore del Progetto Finalizzato Biotecnologie del Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR), il principale programma pubblico italiano sulle biotecnologie, oltre che ricercatore di fama internazionale.
Da tre anni, tanti quanti ne conta il Progetto Finalizzato Biotecnologie, è alla guida di un "vapore" con 2400 "passeggeri" di 370 "etnie" diverse. Tanti sono infatti i ricercatori che coordina e i gruppi di ricerca, vere e proprie etnie con "lingue" e orizzonti differenti, che costituiscono il Progetto: il grosso dell'intera "flotta" italiana della ricerca biotecnologica.

Per alimentare le "caldaie" della macchina il suo "armatore", lo Stato italiano, gli ha messo a disposizione in questi tre anni 7 milioni di dollari all'anno scarsi, con molte incertezze ad ogni svolta del calendario sulla continuità del finanziamento. Cosa che non gli ha certo semplificato la vita nella gestione del Progetto Finalizzato.

Per fare un paragone, il "transatlantico" americano AMGEN, la più grossa azienda biotecnologica al mondo per capitalizzazione di borsa, per finanziare i suoi circa 4000 ricercatori spende all'anno in Ricerca e Sviluppo 845 milioni di dollari (dato 2000).
Sommando ai 7 milioni di dollari del Progetto Finalizzato Biotecnologie per la ricerca (macchinari, reagenti, software,collaboratori, tecnici, convegni) agli stipendi che i professori che ne fanno parte prendono dalle Università e dagli istituti di ricerca dove lavorano, altri 25 milioni di dollari, il Vapore del biotech italiano viaggia con 32 milioni di dollari.
L'azienda USA, la più grossa biotech al mondo ma pur sempre un'azienda, non uno stato, investe all'anno in ricerca insomma più di 26 volte della cifra messa sul tavolo dallo Stato italiano.

E pensare che sul Vapore italiano avrebbero voluto salire ben più dei 2400 ricercatori che vi stanno. Nel 1998, anno di inizio del Progetto, avevano risposto al bando ben 1.200 gruppi di ricerca. La selezione per arrivare agli attuali 370 è stata severissima, virtù figlia della necessità data dall'esiguità dei finanziamenti.

Nonostante l'esiguità dei finanziamenti, al timone di De Flora, il Vapore italiano ha sfornato risultati di tutto rispetto nei tre anni trascorsi: 22 brevetti e più di 1.500 pubblicazioni scientifiche su riviste a diffusione internazionale, oltre che una significativa attivià di formazione post laurea per promettenti ricercatori.
Le ricerche e i brevetti abbracciano sei settori di applicazione, in cui è diviso il progetto; queste le aree tematiche, gli "ufficiali" che dirigendo ciascun settore affiancano il capitano nella guida della nave, e i numeri degli uomini da loro coordinati:

Farmaceutica - Lilia Alberghina (Università di Milano Bicocca): 651 ricercatori suddivisi in 102 gruppi di ricerca.
Diagnostica - Tommaso Russo (Università di Napoli Federico II): 330 ricercatori per 51 gruppi.
Ingegneria Tissutale - Alberto Mantovani (Istituto Mario Negri, Milano): 323 ricercatori per 47 gruppi.
Agrobiotecnologia - Federico Cozzolino (Università di Roma Tor Vergata): 267 gruppi per 52 ricercatori.
Tecnologie di disinquinamento - Carlo Pedone (Università di Napoli Federico II): 298 ricercatori per 45 gruppi.
Ricerca trasversale - Giuseppe Rotilio (Università di Roma Tor Vergata): 519 ricercatori per 72 gruppi.

L'area medico-farmacologica assorbe il 60% delle risorse, seguita dalla ricerca trasversale al secondo posto con il 12%. Tecnologie di disinquinamento e applicazioni diagnostiche si aggiudicano un 10% dei finanziamenti, mentre all'agrobiotecnologia va poco più del 5% e alla zootecnia meno del 3 per cento.

I progetti allo studio, così come i brevetti già depositati, sono orientati verso lo sviluppo di tecnologie concretamente applicabili.

Tra i risultati più interessanti, già in fase di collaudo sul campo spiccano 1) un sistema portatile per il monitoraggio ambientale di erbicidi inquinanti e metalli pesanti, 2) un innovativo sistema di depurazione del mare dagli scarichi fognari, 3) una pianta capace di difendersi dagli attacchi di specifici batteri, 4) lo sviluppo di una tecnica capace di migliorare le prestazioni dei batteri rilevatori (biosensori) utilizzati nella diagnostica e dei batteri "operai" (bioreattori) impiegati per la produzione di sostanze di uso industriale, 5) l'identificazione di una nuova sindrome di immunodeficienza di origine genetica, 6) una tecnica per ridurre il rischio di rigetto nei trapianti di midollo.

Entrando nel dettaglio, uno dei gruppi di ricerca operanti sotto il coordinamento di De Flora, il gruppo presso l'area di ricerca del CNR di Montelibretti costituito da Giardi, Esposito, Leopardi, Mattoo, Margonelli e Angelici, ha realizzato un sistema portatile chiamato Bioherbi per l'identificazione selettiva di diverse tipologie di diserbanti oltre che di altri temibili inquinanti ambientali come i metalli pesanti.
Numerosi diserbanti (tra cui la famosa atrazina, ormai tolta dal commercio) sono causa infatti di inquinamento delle acque e dei terreni su cui vengono sparsi per finalità agricole. La possibilità di individuare le tipologie di diserbanti e i livelli di presenza in tempi rapidi e sul campo può permettere in ambito agricolo una regolazione più attenta dei dosaggi e una valutazione della sicurezza per l'uomo di determinati terreni e fonti d'acqua.
Proprio a questo fine i ricercatori di Montelibretti hanno sviluppato degli organismi fotosintetici mutati la cui normale attività di risposta alla luce solare viene inibita da specifiche tipologie di agenti inquinanti, realizzando un kit utilizzabile anche da personale non specializzato che permette di leggere la situazione di inquinamento in tempi molto brevi, sul campo e ad un costo di gran lunga inferiore ai sistemi di analisi tradizionali.

Il gruppo delle Università di Genova e Ancona composto da Cattaneo-Vietti, Benatti, Cerrano, Giovine e Bavestrello ha sviluppato e brevettato con il comune di Rapallo (una località a forte vocazione turistica in provincia di Genova) un sistema dal simpatico nomignolo di "mangialiquami" e dal più impegnativo nome di MUDS (Marine Underwater Depurator System) per lo smaltimento dei liquami riversati in mare dagli impianti fognari.
Lo smaltimento dei liquami fognari, soprattutto nei piccoli comuni costieri, è reso problematico dalla grande differenza di volume dei liquami da trattare durante l'anno. Nei mesi estivi, con l'aumento della popolazione legato al turismo, infatti i volumi possono arrivare a superare anche di dieci volte i valori dei mesi invernali. Cosa che generalmente causa un cattivo funzionamento degli impianti di depurazione esistenti tarati per la popolazione residente, con conseguente adozione di sistemi alternativi molto meno soddisfacenti come lo scarico a mare a mezzo di condotte.
Il sistema realizzato dal gruppo di Genova e di Ancona, già funzionante in mare con successo da oltre un anno al servizio del comune di Rapallo, è costituito da una vasca di filtrazione posta al di sopra della bocca dello scarico fognario a mare. I liquami che fuoriescono dallo scarico, per via della loro minore densità rispetto all'acqua di mare salgono verso la superficie e attraversano la vasca costituita da un reticolo di spugne sintetiche su cui sono insediati particolari organismi marini e colonie di batteri depuratori che letteralmente si nutrono dei liquami e rilasciano acqua pulita.

Il gruppo di ricercatori dell'Università di Roma La Sapienza composto da Barra, Simmaco e Ponti, con l'intento di ridurre la necessità di impiego di diserbanti e insetticidi in agricoltura ha copiato una nota qualità delle rane per sviluppare colture capaci di difendersi da sé e di tenere lontani batteri dannosi e insetti.
Da tempo è noto che le rane secernono attraverso la loro cute una serie di piccoli peptidi dotati di attività antimicrobica, già ampiamente studiati come possibili farmaci per l'uomo.
Attraverso tecniche rigorose i ricercatori hanno creato su scala di laboratorio piante modificate di tabacco (un vegetale molto usato per le ricerche di base, per via di certe sue caratteristiche che ne facilitano la coltura) capaci di tener lontane da sé insetti e batteri nocivi attraverso la produzione degli stessi peptidi prodotti dalle rane. Si tratta di una prima applicazione con rilevanti implicazioni potenziali.
Un altro gruppo dell'Università Statale di Milano guidato da Balsari ha sviluppato invece piante capaci di produrre anticorpi (plantabodies) adiuvanti nelle chemioterapie: un esempio di come le piante, trasformate in vere e proprie fabbriche verdi, possano essere impiegate per la produzione di farmaci e sostanze di utilità per l'uomo rivoluzionando le idee che sino ad oggi avevamo sull'industria chimica e sui suoi metodi di produzione.

Enzimi, anticorpi, batteri appositamente selezionati e modificati possono essere impiegati sia come sistemi diagnostici, capaci di reagire in maniera facilmente rilevabile magari cambiando colore, (come nella applicazione citata sopra per l'individuazione di diserbanti e metalli pesanti), sia come vere e proprie fabbriche di sostanze utili all'uomo.
Nel primo caso prendono il nome di biosensori, nel secondo di bioreattori.
In entrambi i casi il componente biologico (enzimi, anticorpi, cellule) deve essere fissato su una superficie al fine di permetterne una più facile gestione.
Il gruppo di ricerca del CNR di Napoli guidato da Mita ha realizzato e brevettato una serie di superfici particolarmente efficienti capaci di migliorare la resa dei componenti biologici che ospitano, basate sull'applicazione di una differenza di temperatura alle due facce della stessa superfice.
Una scoperta che ha portato a diversi dispositivi sia per il trattamento di reflui agricoli tossici di scarto nelle industrie agroalimentari, sia per la produzione ottimale di antibiotici, sia per la produzione di latti modificati.

Presso la Clinica Pediatrica dell'Università di Brescia, da tempo riconosciuta come uno dei centri di eccellenza internazionali nel campo delle immunodeficienze, un altro dei gruppi coordinati da De Flora, quello diretto da Notarangelo ha identificato una nuova sindrome di immunodeficienza su base genetica. Si tratta di una patologia in cui a causa di un difetto sul gene CD40 del paziente, si ha una ipogammaglobulinemia e una conseguente aumentata suscettibilità alle infezioni batteriche. Tale sindrome è stata battezzata HIGM1 (o sindrome da iper-IgM). La sua scoperta, oltre a presentare un considerevole valore diagnostico preventivo risulta essenziale nell'aumentare le conoscenze sui meccanismi cellulari della risposta immunitaria legati al gene CD40, e quindi per migliorare l'armamentario per lo studio di numerose patologie di questo settore.

Nel trattamento di leucemie e linfomi una delle terapie più impiegate consiste nel trapianto di midollo o di precursori circolanti modificati. Il trapianto ha la finalità di fare sì che i linfociti T del donatore trapiantati riconoscano e uccidano le cellule maligne del paziente ricevente.
Esiste purtroppo l'evenienza in cui i linfociti del donatore vadano erroneamente ad attaccare dei tessuti sani del ricevente, nota con il nome di GVHD (Graft Versus Host Disease).
Si tratta del più temuto potenziale esito negativo di un trapianto di midollo.La strategia sviluppata da diversi gruppi di ricerca internazionali per la gestione di questo problema consiste nell'inserire nei linfociti del donatore prima di trapiantarli nel ricevente una specie di "pulsante di autodistruzione" che i medici possano attivare in caso di insorgenza di GVHD.
Il gruppo di ricerca presso l'istituto Mario Negri di Bergamo diretto da Rambaldi e Introna ha messo a punto nell'ambito del Progetto Finalizzato Biotecnologie un "pulsante di autodistruzione" apparentemente molto promettente. Il gruppo di Bergamo ha inserito nei linfociti T del donatore una proteina di superficie normalmente non presente, chiamata CD20, e di facile introduzione.Al fine di uccidere i linfociti T introdotti nel corpo del ricevente e che stanno sbagliando il bersaglio, è possibile somministrare al paziente un anticorpo anti-CD20 già disponibile in commercio capace di individuare i linfociti T "marchiati" con la proteina CD20 e di distruggerli.

Tutte applicazioni quelle sviluppate nell'ambito del Progetto Finalizzato Biotecnologie del CNR guidato da De Flora ispirate a criteri di rigorosa tutela dell'ambiente, di valorizzazione delle risorse biologiche, di difesa della salute umana e animale, di rigoroso rispetto dei valori etici, come riconosciuto dalla comunità scientifica internazionale che le ha passate al vaglio per la pubblicazione sulle migliori riviste scientifiche di tutto il mondo.

Ma Antonio De Flora, oltre ad essere al timone del Vapore Biotecnologia targato CNR Italia è anche e soprattutto un ricercatore di livello internazionale.

Laureatosi a 24 anni nel 1964, la sua attività di ricerca è incominciata sin dagli anni di frequentazione dell'università.
Si è specializzato sin da subito nello studio dei processi coinvolti nella produzione e nel consumo di una sostanza molto diffusa all'interno delle cellule: gli zuccheri (o glucidi), in particolare in quella particolare tipologia di cellule che sono i globuli rossi umani (eritrociti).

I globuli rossi sono cellule circolanti nel sangue, prive di nucleo, a forma di disco biconcavo, costituite in grandissima parte da emoglobina, la cui funzione principale è quella di trasportare l'ossigeno dai polmoni ai tessuti.
I globuli rossi si formano nel midollo osseo attraverso il processo dell'eritropoiesi, e il loro numero nel sangue varia da circa 3,5 a circa 5-6 milioni per millimetro cubo, con ampie variazioni nei due sessi.

Si è distinto prestissimo per la comprensione e lo studio del ruolo di regolazione di una particolare proteina, la G6PD, sul metabolismo del glucosio nei globuli rossi, fornendo una importante chiarificazione sui meccanismi collegati al deficit a causa genetica di questa proteina, deficit che costituisce il più diffuso difetto enzimatico che colpisca la specie umana.
I suoi studi lo hanno portato poi a individuare le specificità della varietà mediterranea di questo deficit e a mettere a punto tecniche di correzione in vitro di tale deficit.

Più recentemente i suoi interessi si sono orientati verso il controllo dei livelli intracellulari del calcio, un elemento chiave nella regolazione di una moltitudine di processi e funzioni delle cellule.
Studiando numerosi tipi di cellule ed i meccanismi di controllo del calcio intracellulare, De Flora ha dimostrato che molte cellule dialogano tra loro scambiandosi particolari molecole-segnale attraverso sistemi inediti e specifici di trasporto.
La caratterizzazione di questi trasportatori rappresenta la premessa al chiarimento di diversi meccanismi che stanno alla base delle funzioni cellulari calcio-dipendenti (proliferazione, secrezione, contrazione, etc.), oltre a rendere possibile il disegno e la costruzione di farmaci “biotecnologici” capaci di modificare tali funzioni.

La sua specialistica competenza sui globuli rossi umani lo ha visto tra i pionieri, insieme al suo gruppo di ricerca presso l'Università di Genova, della loro modificazione al fine di renderli efficaci trasportatori di farmaci nei luoghi specifici dell'organismo dove ne è richiesto l'impiego (come ad esempio per i chemioterapici antitumorali) e addirittura di trasformarli in vere e proprie fabbriche di farmaci sul posto, capaci di produrre là dove servono e soltanto là, all'interno del corpo umano, specifiche molecole curative.
Un'applicazione il cui concetto di "cellule come fabbriche di farmaci in vivo" ha dato risultati tra gli altri che sembrano molto promettenti per il trattamento di infezioni da virus tra cui HIV.

I suoi risultati in questo specifico settore hanno portato nel 1988 alla costituzione di una società scientifica internazionale per lo studio dell'uso dei globuli rossi o eritrociti a questo scopo (l'ISURE, International Society for the Use of Relased Erythrocytes).

Antonio De Flora è nato a Genova nel febbraio del 1940.
Nel 1964, a 24 anni, si è laureato in Medicina e Chirurgia nell'università di questa stessa città.

Gli anni dal 1964 al 1970 lo hanno visto come Assistente universitario presso l'Istituto di Chimica Biologica dell'Università di Genova, dapprima come volontario (1964-1966) e poi di ruolo (1967-1970).
Nel 1967 ha superato l'esame per la libera docenza in Chimica Biologica e nel 1969 in Biochimica Applicata.

Gli anni 1970 e 1971 lo hanno visto nel ruolo di Aiuto Ordinario a Genova, oltre che di Visiting Scientist al National Institute for Medical Research, Inghilterra (nel 1970).
Dal 1969 al 1972 sono stati anche gli anni delle prime docenze, come Professore Incaricato di Biochimica Applicata, presso il corso di laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche di Genova, e presso diverse scuole di specializzazione post universitarie, in cui tuttora mantiene l'insegnamento.

Nel 1972 il rientro come docente nella facoltà dei suoi studi universitari, come Professore Incaricato di Chimica Biologica a Medicina e Chirurgia, titolo che si trasformerà in quello di Professore Ordinario due anni dopo, nel 1974: ruolo che tuttora ricopre.

Nel 1989 un'altra importante visita negli USA, alla Cleveland Clinic Foundation, come Visiting Professor.
Dal 1981 al 1990 è stato Direttore dell'Istituto Policattedra di Chimica Biologica dell'Università di Genova, e dal 1990 docente di Principi di ingegneria Biochimica nella scuola diretta a fini speciali in Biotecnologie dell'Università di Genova.

Organizzatore di numerosi convegni e corsi nazionali ed internazionali nei settori della Biochimica e della biotecnologia, ha presieduto diverse delegazioni dell'Italia a convegni internazionali bilaterali in tema di biotecnologia.
Membro del Consiglio direttivo della Società Italiana di Biochimica per diversi anni, e dei comitati editoriali di diverse riviste scientifiche è stato ed è consulente di diverse agenzie nazionali italiane, europee e americane per la valutazione di progetti di ricerca, per il reclutamento o la promozione di docenti universitari e per il conferimento di premi internazionali.

Coordinatore di progetti di ricerca transnazionali europei, è stato Esperto Nazionale nell'ambito di progetti di biotecnologia della Comunità europea. È esperto del MIUR (Ministero per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca) per la valutazione di progetti industriali nelle biotecnologie.
Dal 1987 al 1993 ha diretto il Progetto Finalizzato Biotecnologie e Biostrumentazione del CNR. Dal 1997 è Direttore del Progetto Finalizzato Biotecnologie del CNR italiano; il progetto, di durata quinquennale e iniziato nel 1998, terminerà nel 2003.

Biotecnologia: come cambieranno le nostre abitudini secondo Antonio De Flora
Intervista realizzata a Genova gli ultimi giorni del mese di novembre del 2001

Biotecnologia.it - I prodotti e le possibilità che ogni nuova tecnologia mette a disposizione dell'uomo lentamente, con costanti spostamenti quasi impercettibili, ne modificano le abitudini quotidiane.
Questo è il fenomeno per cui anche solo a distanza di pochi decenni le generazioni, le mode e i costumi sembrano essere così differenti.Le chiedo di immaginare per noi quali nuove abitudini, frutto diretto o indiretto della biotecnologia, quasi impercettibilmente andremo ad apprendere nei prossimi anni, come ridisegneranno il nostro quotidiano modo di "essere uomini", e con quali nuovi problemi ci confronteremo in seguito a queste nuove abitudini.

De Flora - Tra 5-10 anni il signor XY o la signora XX non si preoccuperanno minimamente di problemi legati al terrorismo biologico, perché protetti da efficaci vaccinazioni di massa praticate del 2002-2003 e perché nuove molecole di antibiotici saranno eventualmente a disposizione.
Avranno meno paura del terrorismo chimico perché numerosi sistemi di analisi, pur rallentando i ritmi degli spostamenti aerei e ferroviari, saranno in grado di "fiutare" armi chimiche letali o invalidanti solo alcuni anni prima.
Nei Paesi più ricchi e previdenti si affiancheranno a questi sistemi "periferici" di analisi misure di difesa delle frontiere basate su strategie di neutralizzazione chimica.Il signor XY e la signora XX potranno andare tranquillamente al supermercato o al ristorante e mangiare cibi rigorosamente certificati in termini di innocuità.

I prezzi di alcuni tra i più efficaci sistemi di diagnosi (kits pronto uso), di prevenzione (vaccini) e di terapia (farmaci) cominceranno ad essere più contenuti, grazie all'impiego industriale di nuovi bioreattori capaci di assicurare maggiore produzione e migliore controllo di qualità. La lotta all'AIDS registrerà significativi progressi perché le terapie saranno rese più accettabili e praticabili e perché potranno essere in avanzata fase di collaudo nuovi vaccini.

A fronte di ciò, potranno esplodere nuove malattie infettive sostenute da agenti patogeni non ancora conosciuti oppure da agenti conosciuti ma misteriosamente resi (più) virulenti da variazioni di microsistemi.

Per alcuni tumori, soprattutto quelli caratterizzati da predisposizione genetica diagnosticamente documentabile, si potrà parlare di eradicazione, mentre per altri i sistemi di diagnosi avanzata permetteranno cure personalizzate in cui alle chemioterapie saranno sempre più associate terapie biologiche (soprattutto cellulari).

Se i presidi sanitari avranno avuto significativi miglioramenti in termini di informazione attraverso i media e di efficacia negli interventi sulla popolazione (consultori adeguati, ambulatori rapidi ed efficienti, analisi ematochimiche disponibili entro breve tempo dal prelievo, operatori sanitari e paramedici attenti e continuamente aggiornati da corsi sul territorio), anche altri tipi di tumori potranno essere combattuti più efficacemente, quantunque non su scala totale.

Il signor XY e la signora XX potranno, accompagnati dai loro figli, immergersi senza alcun rischio in acque costiere che solo pochi anni prima erano gravemente inquinate e sconsigliate per la balneazione. Depuratori biologici semplici, a basso costo e sicuri garantiranno un ambiente marino pulito e la cui qualità sarà certificata naturalmente da una fauna ittica migliore.
Sistemi portatili di semplicissimo impiego permetteranno di abbattere l'inquinamento da diserbanti e da metalli pesanti in terreni, acque marine, lacustri e fluviali, falde acquifere, smascherando eventuali inquinatori sulla base di categorie specifiche di prodotti fraudolentemente rilasciati nell'ambiente.

Tra 10-20 anni (gli scenari diventano sempre meno prevedibili con il passare del tempo), molte malattie genetiche saranno solamente un ricordo.
Chi riuscirà a sopravvivere ad episodi acuti (infarti cardiaci, epatiti, schiacciamenti di organi e tessuti da traumi) potrà beneficiare della medicina rigenerativa a tutto campo, assicurata dalle cellule staminali autologhe: il prelievo di queste cellule, la loro espansione in provetta e il loro deposito in vere e proprie cassette di sicurezza presso banche di materiale biologico, rappresenteranno una carta vincente per malattie precedentemente senza terapia.

Molte malattie neurodegenerative, dal Parkinson all'Alzheimer e alla sclerosi multipla, non esisteranno più, sconfitte da strumenti sofisticati e infallibili di diagnosi e prevenzione: in zone depresse si registreranno alcuni sporadici casi, ma qualche terapia utile potrà essere tentata con farmaci innovativi.
I signor XY e la signora XX potranno ricorrere al ricambio di organi e di tessuti usurati e l'età media della popolazione salirà di almeno 30 anni rispetto ad oggi. La tutela dell'ambiente, terrestre e marino, dipenderà esclusivamente da politiche planetarie in oggi non prevedibili: prevarrà la crescente produzione di agenti inquinanti legati alla macro-urbanizzazione, oppure l'uso intelligente di sistemi di difesa (basati ad esempio su opportune trappole chimiche e su bioreattori dotati di microrganismi naturali o ad hoc ingegnerizzati) riuscirà a contenerne gli effetti negativi?

Una grande varietà di tumori diventeranno curabili attraverso terapie adattate ai singoli pazienti: le terapie cellulari e il trasferimento genico diventeranno interventi di routine, ma saranno indicate solo in casi specifici. Sempre più importante diventerà l'attività di prevenzione, da attuarsi mediante strumenti diagnostici raffinati, la cui esecutività dipenderà in larga misura dal grado di preparazione della classe sanitaria.

Si riscontrerà un considerevole abbattimento dei costi di farmaci, vaccini, kits diagnostici, perché le industrie dei relativi settori ricorreranno a sistemi produttivi sempre più efficienti e a basso costo.

Le strategie aziendali saranno sempre più marcatamente dettate da una nuova categoria professionale, quella dei "bio-giuristi", figure provenienti dal laboratorio ma con alta specializzazione giuridica e finanziaria. A loro competeranno ruoli essenziali per l'identificazione dei risultati più trasferibili alle imprese, per la loro protezione brevettuale e soprattutto per l'adozione di rivendicazioni sostenibili e lungimiranti.

Naturalmente, la medicina umana e quella veterinaria dovranno affrontare nuovi problemi, legati all'eradicazione o alla cospicua diminuzione di alcune patologie.
Di conseguenza si registreranno anche nuove malattie, prospettiva non evitabile in un mondo dominato dalle alte tecnologie (informatiche, elettroniche, dei trasporti) e nel quale anche i miglioramenti della qualità della vita potranno generare situazioni negative: da disadattamenti sociali legati a convivenze inevitabilmente prolungate a dissincronie tra un fisico migliorato e una mente probabilmente meno migliorabile; dalla comparsa di nuove disfunzioni e patologie (originate dal considerevole prolungamento della vita) alle preoccupazioni di un'esistenza sempre più condizionata dall'attenzione alla fisicità dell'individuo.

A questi aspetti negativi, altri potrebbero aggiungersi: un'omologazione eccessiva dei singoli individui, con attentati alla privacy e all'occupazione presso strutture di lavoro caratterizzate dall'informatizzazione dei dati; la tentazione di sfuggire a questa naturale biodiversità mediante interventi di procreazione assistita, subdolamente ridefiniti come eugenetici; la comparsa di nuovi agenti inquinanti e di nuovi microrganismi patogeni di difficile neutralizzazione; il rischio di sempre maggiori sperequazioni sociali, economiche e civili tra i Paesi avanzati e quelli che non riusciranno a mettersi al passo nel ricorso all'impiego intelligente delle biotecnologie; la possibilità di situazioni di monopolio industriale e di controllo indebito dei mercati di prodotti di prima necessità.

Questi scenari dimostrano che l'impiego oculato della ricerca biotecnologica va guidato da politiche di largo respiro, nelle quali l'interazione tra scienziati e decisori deve essere quotidiana, capillare, chiara e senza equivoci, responsabile da ambo le parti.

Le regole della democrazia presuppongono che i frutti di questa interazione siano sempre disponibili all'opinione pubblica attraverso mezzi di informazione addestrati e non condizionati ad esempio dalla legge dello "scoop", sia esso trionfalistico oppure demonizzante.

Anche la validità di queste informazioni dovrà essere usata dai cittadini per suggerire ai loro rappresentanti eletti interventi migliorativi.
Questi non devono essere delegati agli scienziati, che potrebbero avere una visione di parte; ma d'altro lato occorre vigilare perché le preoccupazioni anche legittime del pubblico, le manie di protagonismo di alcuni scienziati (o pseudoscienziati) poco rigorosi, gli interventi distruttivi di oppositori non sufficientemente documentati e l'oscurantismo fazioso di pochi (scienziati o comunicatori), gli interessi commerciali di alcune categorie tese a frenare ad esempio la naturale diffusione delle biotecnologie in industrie basate su tecnologie obsolete, non portino alla delittuosa rinuncia a risorse umane ed a strategie vincenti. Così come le applicazioni pacifiche dell'energia nucleare non sono ragionevolmente contestabili, a maggior ragione i miglioramenti della vita sul nostro pianeta determinati dalle biotecnologie richiedono un supporto convinto ed efficace in qualsiasi contesto civile.

E' ora di finirla con la classificazione delle biotecnologie in buone (le biomediche) e in cattive (le vegetali). Le biotecnologie sono per definizione trasversali e possono migliorare, se responsabilmente applicate, la qualità, i contenuti e le caratteristiche di numerosi settori, non solo di quello biomedico.

Infine, una necessaria notazione.
Le prospettive di una reale, positiva influenza delle nuove biotecnologie sulla qualità della vita non possono essere disgiunte da un sostegno finanziario adeguato.

In particolare, in Italia si tende un po' troppo a contare sull'idea delle nozze con i fichi secchi. La ricerca biotecnologica può realmente dare i suoi frutti solo se essa spazia, secondo le sue vocazioni naturali, dalla ricerca di base (quella che apparentemente non è destinata a risultati concreti) a quella di sviluppo, passando attraverso le delicate cerniere della ricerca orientata e della ricerca applicata.

In un numero limitato di realtà specifiche, come quella di una piccola industria, è anche possibile puntare a prodotto, soprattutto se i prodotti (e i relativi processi) sono semplici. Ma in un contesto ampio, come quello di un Paese che non voglia perdere questa occasione irripetibile, deve esistere, sia pure con la scelta intelligente di nicchie diversificate di eccellenza, una ricerca completa che dia ampio spazio alla libertà di pensiero e che sia assistita da strutture di trasferimento agili e flessibili (nelle biotecnologie, per definizione, esistono nuove molecole, nuove cellule con nuove prestazioni, nuove situazioni industriali, nuovi requisiti di controllo di qualità, nuove e potenzialmente vincenti strategie sperimentali).

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