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Francesco Salamini

Cultu Fertilior e Biotecnologia

Ritratto esclusivo

E' una delle figure italiane di più alto profilo scientifico nel campo della biotecnologia agroalimentare.
Per anni attivo in Italia sia in campo accademico che come direttore della sezione di Bergamo - specializzata nel Mais - dell'Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura (struttura del Ministero dell'agricoltura deputata al miglioramento dei cereali), è oggi direttore del Dipartimento di Colture Vegetali del prestigioso Max-Planck-Institut di Colonia, in Germania.
In Italia, facendo capo all'Istituto di Bergamo, è coordinatore nazionale del "Piano Nazionale per la Biotecnologia Vegetale" del Ministero dell'agricoltura.
Tra i suoi numerosi incarichi scientifici a livello internazionale è presidente del Comitato scientifico del Progetto Genoma Vegetale francese e membro del Comitato scientifico del progetto Genoma Vegetale tedesco.

Francesco Salamini lavora in un settore "difficile", quello della biotecnologia agroalimentare, poco capito, parecchio frainteso e molto osteggiato.
Eppure egli si considera semplicemente una persona che "dovendo, inevitabilmente come tutti, fare nella vita qualcosa, mi sono dedicato alle piante che producono cibo, divenendo prima genetista e poi biotecnologo".
Oltre ai suoi meriti scientifici di livello internazionale ci è parso molto interessante il percorso umano e l'atteggiamento non solo tecnicistico che lo ha portato ad occuparsi e a credere nell'utilità della biotecnologia agroalimentare.

Appassionato di natura e di montagna (che ancora pratica assiduamente nonostante i molti impegni), volentieri racconta di come i suoi "interessi hanno radici nell'alleanza tra uomo e piante, nel Neolitico, circa 10.000 anni fa, quando i vegetali furono addomesticati per fondare l'agricoltura e, per la prima volta, grazie all'abbondanza di cibo, poterono emergere le prime civiltà".

I culti della fertilità, di cui oggi ci rimane un nome sbiadito e intriso di paganesimo, ebbero origine proprio allora e, come ancora ci testimonia la somiglianza semantica dei termini, avevano tra i loro scopi il culto, la cura (cultura) e non da ultimo la coltivazione delle varietà vegetali più fertili.

Con il passare dei secoli spoliati dell'aspetto religioso di culto, e passati dalle mani dei sacerdoti a quelle dei tecnologi, questi (gesti) rituali presero via via altri nomi come selezione delle sementi da semina, ibridazione ed infine biotecnologia agroalimentare, pur senza mutare la loro funzione che ancora sta scritta nel motto latino dell'Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura, l'Istituto per il quale ha lavorato per 10 anni prima della sua nomina in Germania: "Cultu Fertilior" - il più fertile, per mezzo della coltivazione/cura/culto.
Una funzione ben nota ai sacerdoti di quel lontano passato che conoscevano la relazione diretta e indissolubile tra individuazione delle varietà più fertili e di nuove tecniche di coltura, crescita della popolazione, nascita e sviluppo delle civiltà.

Ed è con la indissolubile convinzione che la popolazione mondiale che nel 2020 si attesterà sui 7,7 miliardi di persone (di cui 3,5 concentrati in aree urbane) potrà essere sfamata e il suo attuale livello di civiltà salvaguardato solo attraverso un considerevole incremento della produzione mondiale di cereali (almeno +41%), e di altre varietà vegetali, che Salamini ha guidato la sua carriera scientifica dedicata alla ricerca "dei più fertili".

GranoConsapevole del "forte odore di zolfo e di magia" che la biotecnologia, con le sue nuove potentissime tecniche di miglioramento/cultu delle varietà vegetali, ha rimesso nelle mani dei moderni "tecnologi della fertilità", Salamini ha più volte riconosciuto la ragionevolezza di molte delle preoccupazioni di chi si pone in atteggiamento critico nei confronti della biotecnologia agroalimentare.
Pur tuttavia egli ha ribadito come la ricerca agrobiotecnologica debba essere considerata una soluzione e non trattata a priori come un problema e come la diffusione della credenza che nel prossimo futuro "non sarà necessario aumentare la produzione di cibo", portata avanti da alcuni oppositori della biotecnologia vegetale, possa negativamente influenzare la futura effettiva disponibilità di risorse alimentari mondiali.

Equilibrata, oltre che scientificamente l'unica sensata, ci è parsa la sua posizione sul valutare i prodotti biotecnologici vegetali caso per caso, evitando frettolose generalizzazioni sull'intera agrobiotecnologia; come pure rilevante la sua consapevolezza e denuncia dei problemi legati alla possibilità che brevetti agrobiotecnologici su varietà che divengano molto diffuse possano andare ad incrementare la povertà nelle aree rurali soprattutto dei paesi già molto poveri.

In diversi lavori di ricerca ha mostrato di saper fornire una visione d'insieme articolata dell'impatto di differenti prodotti della biotecnologia agroalimentare considerando diverse tipologie di vantaggi e svantaggi e quindi costituendo un modello credibile di analisi del rapporto rischi benefici. Come quando ha riconosciuto la difficoltà di raddoppiare la produzione di cibo per unità di terra senza interferire con la biodiversità mondiale, soprattutto nei paesi meno sviluppati; indicando come unica via praticabile quella di ricercare soluzioni differenti adatte alle singole realtà locali.

Oltre a questi aspetti legati alla valutazione dello stato dell'agricoltura, della produzione di cibo sul pianeta e del trasferimento delle tecnologie agroalimentari dal nord al sud del mondo, per il lettore abituato a conoscere la biotecnologia agroalimentare solo attraverso le polemiche su di essa, risulta interessante entrare nel dettaglio di qualche aspetto della produzione scientifica di un agrobiotecnologo come Salamini.

La sua tesi di laurea ad esempio lo ha visto impegnato nello studio dei geni naturalmente presenti in alcune varietà di mais che, attraverso la produzione di certe cere sulle foglie della pianta, ne permettono una minor perdita di acqua durante la traspirazione e una maggior resistenza alla siccità. Studio finalizzato a duplicare quei geni per inserirli in altre varietà sempre di mais.
E in molti altri lavori, è stato impegnato ad identificare, isolare, clonare (ossia copiare per poter analizzare meglio) e studiare il funzionamento di geni dalle caratteristiche interessanti naturalmente presenti in una varietà per poterli adattare ad altre varietà dello stesso vegetale, come nei fagioli e sempre in varietà di mais resistenti a funghi batteri e virus che normalmente attaccano quella pianta.
Sempre con questo stesso procedimento ha lavorato alla selezione di geni capaci di dare grani più duri e resistenti agli attacchi di determinati insetti che se ne cibano.

Attraverso una analisi del DNA ha individuato la località di addomesticamento della specie del frumento in alcuni monti del Sud-Est della Turchia, la dove sarebbe quindi iniziata la storia del rapporto tra questo cereale e la razza umana.

In fine, solo per citare una tra le sue ultime ricerche presso il Max-Planck-Institute che lo vede all'avanguardia a livello mondiale, sta portando avanti lo studio dei geni che consentono ad una pianta, la Craterostigma plantagineum di essiccare naturalmente sino ad una perdita di acqua del 97-98% e di ritornare viva dopo la reidratazione. Fenomeno dagli evidenti interessi agricoli soprattutto per le coltivazioni in zone semidesertiche.

Un approccio alla biotecnologia agroalimentare, dunque quello di Salamini che ci è parso meritevole di attenzione per favorire una più seria comprensione di questa area della biotecnologia.

Francesco Salamini è nato a Castelnuovo Bocca d'Adda, in provincia di Milano, il 18 marzo 1939.
Dal 1959 al 1963 ha frequentato l'Università Cattolica di Piacenza, dove nel febbraio del 1963 si è laureato in Scienze Agricole.
Dal 1963 al 1965 è stato borsista presso l'Istituto di Genetica Vegetale della stessa università, per poi passare dal 1966 al 1969 come ricercatore all'Istituto di Colture Vegetali di Bologna, uno dei 23 istituti di ricerca del Ministero dell'Agricoltura.
Nel 1969 si è trasferito in America come ricercatore associato al Dipartimento di Botanica e Patologia Vegetale della Purdue University, nello stato dell'Indiana.
Nel 1971 è rientrato in Italia dove, a Roma, ha ottenuto la libera docenza di Genetica Vegetale.
Dal 1971 al 1974 è stato professore di Botanica e Fisiologia Vegetale all'Università di Piacenza, dove si era laureato nove anni prima.
Dal 1975 al 1985, per 10 anni ha diretto la sezione di Bergamo specializzata sul Mais dell'Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura, struttura statale deputata al miglioramento delle varietà cerealicole.
Dal 1985 ad oggi è impegnato come direttore del Dipartimento di Colture Vegetali del prestigioso Max-Planck-Institut di Colonia, in Germania, e nella stessa città è professore onorario della Università Statale, mentre continua la sua attività in Italia presso l'Istituto Sperimentale per la Cerealicoltura di Bergamo e, sebbene come professore in congedo, presso l'Università di Milano.

Membro di numerose associazioni, organizzazioni e del board editoriale di riviste scientifiche europee ed internazionali, è stato dal 1985 al 1999 coordinatore nazionale del programma del Ministero dell'agricoltura "Tecnologie avanzate applicate alle piante" e dal 1999 ad oggi del "Piano nazionale per le biotecnologie vegetali", nonché dal 1999 è membro del "Plant Genome Initiative" tedesco e dal 2000 presidente del Comitato scientifico del "Plant Genome Program" francese.

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